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Pubblicato Domenica, 07 Giugno 2009 11:27
ALESSANDRIA - L’ultimo scempio in ordine di tempo è avvenuto all’interno della parrocchia di Ricaldone, qualche settimana fa. I soliti ignoti hanno rubato quindici formelle che contornavano il quadro della Madonna del Rosario e ben 40 candelabri lignei del Settecento. Il valore? Inestimabile. Si tratta purtroppo solo dell’ennesimo caso di furto sacrilego che oggi più che mai deve portare ad una riflessione. Radicale, che possa proteggere in maniera efficace i numerosi tesori custoditi anche nelle piccole chiese.
Tabernacoli, quadri, crocifissi, portali, calici e molto altro ancora che sempre più spesso diventano bersagli dei ladri, furti che spesso sono su commissione. «Si tratta di beni che potrebbero essere protetti da una efficace videosorveglianza interna alle chiese - è la proposta di don Giacomo Rovera della diocesi di Acqui Terme - da impianti di allarme oppure ancora pensando all’esposizione di opere, soprattutto quadri, non originali». Un’ipotesi quest’ultima che, in effetti non toglierebbe nulla all’affetto visivo e devozionale, ma salvaguarderebbe il piccolo grande tesoro. Tesori che, insieme ad altri, potrebbe essere esposti in un vero e proprio museo. «Chiaramente solo con un museo diocesano, la cui realizzazione però non può essere lasciata solo sulle spalle della diocesi stessa - aggiunge don Rovera - i beni più preziosi possono essere responsabilmente raccolti e conservati» e questa sembra essere una possibilità particolarmente apprezzata dagli acquesi che da tempo sperano che il progetto venga attuato. Magari all’interno del seminario, oggi non più utilizzato come scuola e in attesa di un nuovo riutilizzo.
Tra le opere “volate via” negli ultimi anni vanno sicuramente ricordate le pergamene dell’archivio diocesano, gli argenti di Giusevalla, il presepe di Maragliano di San Giovanni di Sassello, i lampadari in cristallo ed il tabernacolo della piccola chiesa di Lussito. Anche in questo caso, come in quello delle quindici formelle e dei candelabri recentemente rubati, si tratta di oggetti dal valore inestimabile oltre che molto importanti dal punto di vista devozionale. «Credo che versare lacrime sia inutile - spiega don Giocamo Rovera - è necessario invece correre ai ripari con provvedimenti efficaci».
Dal canto suo la Curia sta provvedendo ad inventariare in maniera precisa tutti i beni custoditi nelle chiese diocesane. Si tratta di schede corredate da fotografie e catalogate che dovrebbero rendere più difficilmente piazzabili sul mercato gli oggetti presi di mira oltre che rendere un pochino più semplice il lavoro delle forze dell’ordine in caso di ritrovamento di opere.
«Sono convinto che il punto essenziale da chiarire, per poter concretizzare un discorso efficace, è che si ponga seriamente il problema con la speranza di arginare o frenare il fenomeno dilapidatorio». Poi don Giacomo Rovera aggiunge: «E’ bene ricordare che i beni nelle chiese non riguardano solo i preti o vescovi: costituiscono un patrimonio pubblico che appartiene alla comunità, anche di quanti non frequentano le chiese per culto o devozione. Sono i nostri veri musei locali, tanto come le torri medioevali dei nostri paesi, o gli archi romani di antichi acquedotti».
Il Secolo XIX
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