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19 | 05 | 2012
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Maxi furto in chiesa, ora si pensa a videosorveglianza e impianto antifurto

ALESSANDRIA - L’ultimo scempio in ordine di tempo è avvenuto all’interno della parrocchia di Ricaldone, qualche settimana fa. I soliti ignoti hanno rubato quindici formelle che contornavano il quadro della Madonna del Rosario e ben 40 candelabri lignei del Settecento. Il valore? Inestimabile. Si tratta purtroppo solo dell’ennesimo caso di furto sacrilego che oggi più che mai deve portare ad una riflessione. Radicale, che possa proteggere in maniera efficace i numerosi tesori custoditi anche nelle piccole chiese.

Tra le opere “volate via” negli ultimi anni vanno sicuramente ricordate le pergamene dell’archivio diocesano, gli argenti di Giusevalla, il presepe di Maragliano di San Giovanni di Sassello, i lampadari in cristallo ed il tabernacolo della piccola chiesa di Lussito. Anche in questo caso, come in quello delle quindici formelle e dei candelabri recentemente rubati, si tratta di oggetti dal valore inestimabile oltre che molto importanti dal punto di vista devozionale. «Credo che versare lacrime sia inutile - spiega don Giocamo Rovera - è necessario invece correre ai ripari con provvedimenti efficaci».

Dal canto suo la Curia sta provvedendo ad inventariare in maniera precisa tutti i beni custoditi nelle chiese diocesane. Si tratta di schede corredate da fotografie e catalogate che dovrebbero rendere più difficilmente piazzabili sul mercato gli oggetti presi di mira oltre che rendere un pochino più semplice il lavoro delle forze dell’ordine in caso di ritrovamento di opere.

«Sono convinto che il punto essenziale da chiarire, per poter concretizzare un discorso efficace, è che si ponga seriamente il problema con la speranza di arginare o frenare il fenomeno dilapidatorio». Poi don Giacomo Rovera aggiunge: «E’ bene ricordare che i beni nelle chiese non riguardano solo i preti o vescovi: costituiscono un patrimonio pubblico che appartiene alla comunità, anche di quanti non frequentano le chiese per culto o devozione. Sono i nostri veri musei locali, tanto come le torri medioevali dei nostri paesi, o gli archi romani di antichi acquedotti».

Il Secolo XIX

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